Cosa ne pensano gli scienziati?

Una proposta della Società Geografica Italiana

Notizia pubblicata sul sito della Società Geografica Italiana.

Articolo di Lorenzo Salvia pubblicato sul Corriere della Sera (cartaceo e online).

ROMA — Su un punto il nuovo e ingovernabile Parlamento italiano potrebbe votare addirittura all’unanimità. L’abolizione delle province è nel programma di tutti i partiti. La chiede Beppe Grillo, la invocano Pdl e Lega, che pure avevano frenato sul taglio proposto dal governo Monti, e anche Pierluigi Bersani l’ha infilata tra gli otto punti sui quali cercare disperatamente una maggioranza. Eppure se dalla politica la parola passa agli scienziati, la cartina d’Italia dovrebbe cambiare in un altro modo. La «proposta per il riordino territoriale dello Stato» arriva dalla Società geografica italiana, associazioni di studiosi che promuove la ricerca in questo campo. In sintesi: abolizione di tutte le Regioni, anche di quelle a statuto speciale. Accorpamento delle province, che scendono dalle oltre 100 di adesso a 36. E trasferimento di tutte le competenze delle vecchie regioni alle nuove maxi province, che diventano l’unico gradino intermedio tra il Comune e lo Stato.

Cesare Correnti

«ENTI ARTIFICIALI» – Ma perché difendere le province, che almeno a parole tutti vogliono cancellare, e spostare il mirino sulle Regioni? È vero che pesano molto meno sul bilancio dello Stato: 11 miliardi di euro l’anno contro i 182 miliardi delle Regioni anche se con la loro abolizione si risparmierebbero in realtà solo gli stipendi dei politici e quindi molto meno. Ma non è questo il punto secondo la Società geografica: «Le Regioni sono enti artificiali — dice il presidente Franco Salvatori — perché nascono come semplici compartimenti statistici per aggregare dati». E il professore sa bene di cosa parla. La cartina delle Regioni venne disegnata verso la fine dell’800 da Cesare Correnti, primo presidente proprio della Società geografica. «Poi — racconta ancora Salvadori — durante l’Assemblea Costituente vinse l’idea del regionalismo di Sturzo. E non sapendo come tradurla in pratica si andò a ripescare quella vecchia ripartizione statistica». Confini artificiali e artificiosi, insomma. Senza una vera ragione storica, senza una tradizione culturale o economica a dare corpo e anima a quelle linee disegnate sulla cartina.

«TERRITORIO A MOSAICO» – E non si può dire forse lo stesso per le province? «No, perché il territorio italiano è un mosaico di città. Ed è intorno alle città che si è sempre organizzata la vita delle persone». Un tempo si diceva che la provincia è quel territorio che può essere coperto in una giornata di cavallo. Oggi al cavallo bisogna sostituire la macchina. Ed è per questo che la cartina studiata dalla Società geografica è molto spinta. Anche più di quella del governo Monti, approvata in consiglio dei ministri e poi lasciata morire in Parlamento, che lasciava in piedi il doppio delle province, un settantina in tutto. Nella proposta dei geografi Milano si unisce a Pavia, Brescia forma un terzetto con Verona e Mantova, Pisa e Livorno finiscono sotto lo stesso tetto con l’aggiunta di Lucca, Massa, Carrara e La Spezia. Roma si fonde con Viterbo e Rieti, Napoli con Caserta, mentre Abruzzo, Umbria e Basilicata diventano di fatto province.

PREVISIONI – Un puzzle molto diverso dalla cartina d’Italia come la conosciamo oggi, anche, perché possono essere messe insieme anche province che appartengono a regioni diverse, visto che le regioni non ci sono più. Resta da capire che fine farà questo lavoro. «Noi — dice il presidente della Società geografica — vogliamo dare il nostro contributo di esperti. Le province sono considerate più aggredibili perché con gli anni sono state svuotate delle loro competenze. Ma a ben vedere sarebbe più sensato cancellare le Regioni. Naturalmente sarà la politica a decidere quale delle due strade prendere». Sempre che non resti ferma davanti al bivio.

Lorenzo Salvia lsalvia@corriere.it

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