Oggi (che tempismo) inizia la Geography Awareness Week indetta dal National Geography.

Quale modo migliore per presentarla ai nostri studenti se non accogliendo gli inviti di Alex Corlazzoli e di Igiaba Sciego di iniziare la lezione aprendo i giornali e cominciando a riflettere su una carta geografica?

Vi invitiamo a leggere i loro due articoli e a non lasciare che anche questa occasione di fare educazione e geografia ci sfugga.

Parigi, 13/11/2015

Riportiamo qui sotto l’articolo di Alex Corlazzoli pubblicato oggi sul quotidiano on line “Il Fatto Quotidiano”. LINK

L’attacco dei terroristi a Parigi non può lasciarci in pace. Non può lasciare in pace soprattutto chi ha un ruolo educativo, chi ogni giorno entra in classe e insegna ai ragazzi storia, geografia, italiano, educazione civica. E’ impossibile, lunedì, entrare in aula e aprire i quaderni senza parlare di ciò che è successo a un’ora di aereo da casa nostra, nella “nostra” Europa.

Parigi, esige un atto di conoscenza. Lunedì non possiamo aprire i libri facendo finta di nulla. Spieghiamo ai nostri ragazzi che sta accadendo, raccogliamoci in silenzio pensando alle vittime di ogni Paese. Informiamoci. Sarebbe utile iniziare le nostre lezioni aprendo i quotidiani. Ragionando con i nostri ragazzi, riflettendo, cercando di capire, approfondendo. L’attacco a Parigi è un attentato all’Europa tutta ma questo non deve giustificare la facile demagogia contro il mondo arabo e la meravigliosa cultura islamica. La rabbia non può prendere il sopravvento.

In queste ore, seguendo attimo per attimo, glieventi della capitale francese mi sono chiesto: cosa comprenderanno i miei alunni di quanto sta accadendo? Chi è l’Isis per un ragazzo di 10 anni? Quali paure ha scatenato l’atto terroristico compiuto allo stadio, al ristorante a al Bataclan? Un mio ex alunno mi raccontava: “Sai maestro che l’Isis non scherza e cerca di farsi conoscere il meno possibile? Ho letto che l’ha creata Putin, era un’organizzazione russa che non ricordo a cosa servisse ma ho sentito dire che è stata ideata dall’Urss. L’Isis vuole conquistare il mondo per poi farlo diventare sempre più ignorante; fa in modo che le persone non frequentino le scuole in modo da lasciarle analfabete, in questo modo li possono manovrare, fargli fare quello che vogliono. Forse questo non accadrà solo perché il mondo è contro di loro. Se dovessero sfiorare qualcuno dei nostri Paesi si scatenerebbe la Terza guerra mondiale”.

Per la prima volta i nostri figli, i miei allievi crescono con queste parole nel loro dizionario, vivono con la paura. L’11 settembre 2001, per molti di loro è solo una data letta sul libro: non è ancora nati quando il terrorismo colpì le Torri Gemelle ma il 13 novembre 2015 così come il 7 gennaio 2015, è entrato a far parte della loro vita.

A noi insegnanti, il compito di informarci e informare, di provare a capire e far capire perché non sia il Salvini di turno a entrare nella testa dei nostri ragazzi e a trasformare il mondo solo in una stupida divisione tra buoni e cattivi.

Mi auguro che prima di lunedì, il ministero dell’Istruzione inviti ogni scuola a fare un minuto di silenzio. Ma non solo: ad aprire i quotidiani con i ragazzi. Perché fare scuola è stare nella storia. Non chiudere le porte delle nostre classi alla storia.

Riportiamo qui sotto l’articolo di Igiaba Scego pubblicato ieri sul sito della rivista “Internazionale”. LINK

Posso dare un consiglio a tutti? Lasciate perdere gli sciacalli populisti nostrani e i loro tweet. Abbiamo cose più serie a cui pensare.#‎Parigi‬#‎Beirut‬#‎Siria

Questo è uno dei tweet che ho lanciato ieri sera dopo gli attacchi di Parigi. Non mi va più di perdere tempo con chi odia. E secondo me non dovreste perdere tempo nemmeno voi. Il tempo è prezioso. Non possiamo disperderlo inseguendo inutili polemiche da pollaio italiano.

Per una volta il titolo di Libero (”Bastardi islamici”) o le farneticazioni di odio del fascista di turno non mi toccano. Certo non fanno bene alla nostra democrazia, al nostro futuro, alla nostra digestione. Ma gli sciacalli che pensano al voto locale mi sembrano così inutili e piccoli davanti a un evento che cambierà il ventunesimo secolo.

Stanno attaccando il nostro modo di vivere. Stanno attaccando la convivenza tra musulmani, ebrei, cristiani e atei. Stanno attaccando la pace.

Non ho tempo da perdere con chi fa calcoli da bottegaia (e mi scuseranno i bottegai) per il voto di primavera. Non voglio disperdere energie con chi definisce persone come me, musulmane e afrodiscendenti, complici della barbarie che ha colpito Parigi. Io passo oltre. Li supero.

E lo dovrebbero fare pure i mezzi d’informazione mainstream. Questo è il tempo della responsabilità. Mi chiedo se la nostra informazione (dai talk show ai telegiornali) saprà gestire questo delicato periodo con intelligenza. O se invece ci riempirà lo schermo con i vari e noti professionisti dell’odio. Quelli che smaniano già di aprire (malamente, direi) bocca. Quelli che “i musulmani tutti al rogo” o “i rifugiati era meglio se annegavano”, per intenderci.

Se fossi il direttore di un telegiornale, comincerei da una bella mappa. Sì, avete sentito bene: una mappa

Mi piacerebbe per una volta che da quel piccolo schermo – spesso brutto, sporco e cattivo – uscissero notizie, approfondimenti, interviste dotate di un senso logico. Non abbiamo bisogno del bla bla che ci assorda e ci stressa ancora di più. Siamo tutti sull’orlo di un baratro, tutti sull’orlo di una crisi di nervi. Ci serve una zattera in questo mare in burrasca, non altra acqua che ci fa affondare.

Se fossi il direttore di un telegiornale, comincerei da una bella mappa. Sì, avete sentito bene: una mappa.

Spesso – me ne sono accorta quando facevo l’assistente all’università e dovevo interrogare i ragazzi – le persone non sanno collocare i paesi e le città in una mappa. Il tg sciorina nomi: Siria, Libano, Arabia Saudita, Iran. Ma non sono in molti a sapere dove stanno esattamente questi paesi. La situazione poi peggiora quando si parla di Eritrea, Somalia, Sudan o Yemen.

Viviamo in un’epoca globalizzata dove con un clic si può teoricamente conoscere tutto. Ma in realtà nessuno conosce niente. E così il terrore diventa ancora più terrore. Perchè ti senti attaccato dagli alieni. Non capisci bene come si è arrivati a questo punto. Ti sei perso le puntate precedenti. Ti sei perso Beirut che era solo due giorni fa, Beirut dove 43 persone hanno perso la vita. Ti sei perso l’intervento russo in Siria. L’attentato ad Ankara alla vigilia del voto. I massacri in Sudan. Gli attacchi agli hotel a Mogadiscio. Non capisci dove ti trovi. In che epoca stai vivendo. E il populismo di bassa lega non ti aiuta. Anzi ti getta in un baratro ancora più profondo. La tua paura aumenta. E la tua angoscia pure.

Certo, una mappa non toglie la paura. Ma può rendere una persona consapevole di quello che sta succedendo almeno. Come lo può fare una vera informazione, del resto.

Solo unendo i punti del mondo si arriva a capire che siamo sotto attacco da un bel po’ e non da ieri.

Quando ho visto le immagini di Parigi ho pensato subito a Mogadiscio

Sono di origine somala e purtroppo ho una certa dimestichezza con gli attacchi kamikaze, e gli attacchi in genere. Sono anni che vedo il gruppo terroristico somalo Al Shabaab colpire i luoghi della quotidianità, gli hotel soprattutto. Quando ieri ho visto le immagini di Parigi ho pensato subito a Mogadiscio. La città dei miei genitori, la città in cui si sono innamorati e sposati, ha vissuto una delle guerre civili più devastanti di questo millennio. Ora, lentamente, sta cercando di uscire da un incubo che sembrava interminabile, e non a caso ha cominciato a ricostruire il suo scheletro a partire dai luoghi di ritrovo.

L’hotel a Mogadiscio è una struttura multitasking. Non serve solo per dormire o fare la prima colazione. Ed è proprio lì che un paese intero sta cercando di ricostruire, almeno in parte, se stesso. Lì si incontrano i politici, ma anche la diaspora. Lì avvengono le celebrazioni e a volte, come quest’anno, si organizzano fiere del libro. L’hotel è il nucleo di qualcosa che non c’è, una vita normale che ci potrebbe essere. Di fatto è l’essenza di una quotidianità possibile.

Ed è lì nella nostra quotidianità, a Mogadiscio come a Parigi, che il terrorismo colpisce. Mi ricordo ancora quando più di cento studenti in attesa del loro diploma sono stati uccisi a Mogadiscio nel 2011. O come solo la settimana scorsa una ragazza si è buttata dalla finestra dell’hotel Sahafi per scampare a un attacco di Al Shabaab.

Vivere nell’angoscia
Viviamo tempi duri. Tempi in cui quello che è sempre sembrato normale è messo in discussione. E non è la partita di calcio a cui i populisti vorrebbero ridurre la faccenda. Non è musulmani cattivi contro il resto del mondo buono. Siamo davanti a persone pericolose che hanno un piano preciso, un piano di guerra, e sono contro tutti. Sono terroristi che sono contro la vita. Sono contro i musulmani che considerano “finti” perché non violenti come loro e quindi più infedeli degli infedeli. Sono contro gli altri perché rei di non partecipare alla loro ideologia di morte.

Il loro scopo è chiaro, quasi lampante, vogliono la nostra disgregazione, vogliono suscitare paura, vogliono farci vivere nell’angoscia.Vogliono che ci guardiamo in cagnesco, che cominciamo a odiarci, a darci mille e più coltellate. Quindi capite che seguire un pensiero populista, fare di tutta un’erba un fascio, odiare il prossimo, significa solo fare il gioco dei terroristi? Diventare complici di chi vuole annientarci?

Ma io, al contrario di chi predica il populismo, non voglio avere paura.

Voglio che il prossimo resti mio fratello.

Come dice un proverbio spagnolo, “Vivir con miedo es como vivir a medias”, vivere con la paura è come vivere a metà. E farci vivere a metà è quello che vogliono i terroristi. Sta a noi non permetterlo.

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